La prevenzione

La prevenzione comprende tutti quegli interventi sanitari e non sanitari che cercano di ridurre l’insorgenza, la cronicizzazione e le conseguenze negative di un determinato disturbo.

Gli interventi di prevenzione vengono solitamente suddivisi in primari, secondari o terziari in base al momento in cui si agisce ovvero prima dell’insorgenza della malattia (prevenzione primaria), alle prime avvisaglie di sintomi (prevenzione secondaria) o quando il disturbo è conclamato (prevenzione terziaria). La prevenzione terziaria nella pratica coincide con il trattamento stesso del disturbo, ossia con tutti quegli interventi che cercano di alleviare il disturbo e di impedire le possibili complicanze fisiche e psichiche.

In questa tabella vengono riassunti gli scopi e le modalità di intervento nei diversi tipi di prevenzione.

Tipi di prevenzione Scopi Mezzi
Prevenzione primaria Ridurre o eliminare i fattori di rischio
che contribuiscono a sviluppare il DCA
Educazione
Sensibilizzazione
Informazione
Prevenzione secondaria Ridurre la morbilità e il cronicizzarsi del DCA Identificazione precoce dei soggetti a rischio
Prevenzione terziaria Trattare i soggetti con DCA ormai conclamato e prevenire le complicanze Trattamento e riduzione dei sintomi

 

E’ possibile una prevenzione primaria dei disturbi dell’alimentazione?
Molti studiosi si sono chiesti se prevenire i disturbi dell’alimentazione sia possibile. Sono molti i quesiti sulla possibilità di prevenzione e non sono univoche le risposte.I numerosi ed approfonditi studi nel campo dei disturbi dell’alimentazione e delle loro possibili cause hanno portato a comprendere che non esiste una singola causa di questi disturbi, ma che molti fattori concorrono a predisporre, precipitare e poi perpetuare il disturbo (vedi sezione ….). Questi fattori sono di vario tipo: fattori genetici, fattori socio-culturali, fattori psicologici, fattori biologici.

Per definizione, la prevenzione primaria è possibile solo quando i fattori eziologici sono noti e, soprattutto, quando questi fattori sono modificabili. Per esempio: Si può provare ad intervenire sulle pressioni socioculturali alla magrezza che spingono ai comportamenti di dieta (uno dei più potenti fattori di rischio) ma non è possibile intervenire su fattori genetici , fattori di personalità o fattori familiari.

E’ necessario quindi capire se svolgere interventi di prevenzione primaria ha un buon rapporto costo/beneficio. Ossia capire se interventi mirati diretti a singoli fattori di rischio riducono l’incidenza dei disturbi dell’alimentazione.

 

La prevenzione è efficace?
Spiegare ad una classe cosa sono i disturbi dell’alimentazione non può essere considerato un intervento di prevenzione primaria e, secondo molti esperti, potrebbe essere addirittura controproducente e dannoso. Come succede per altre forme di disagio giovanile (come per esempio, l’abuso di alcolici o di sostanze), il rischio può essere quello di indicare agli adolescenti che stanno vivendo un momento di difficoltà, un possibile modo di esprimere il loro disagio. Nel caso dei disturbi dell’alimentazione, possono essere in gioco anche meccanismi di imitazione e di identificazione, poiché spesso queste gravi malattie vengono idealizzate (le testimonianze di persone che hanno sofferto di questi problemi spesso innescano questo tipo di processo).

Per questo motivo è bene diffidare di programmi preventivi basati solo sull’informazione nei riguardi di questi disturbi. Al contrario, molti studi hanno invece appurato che interventi che stimolino la discussione e lo sviluppo di un maggior senso critico nei confronti dei messaggi dei mass-media possono essere utili. Tale tipo di intervento non si occupa esclusivamente di anoressia e bulimia, ma spazia più ampiamente sui diversi problemi adolescenziali (soprattutto problemi col corpo, autostima e problemi interpersonali) e si occupa eventualmente di modificare nozioni e convinzioni sbagliate che spesso sono radicate negli adolescenti. Altre forme di intervento potenzialmente utile potrebbero essere interventi rivolte a persone ad alto rischio, oppure interventi che abbiano lo scopo di potenziare fattori protettivi (miglioramento autostima, problem solving, capacità di comunicazione).

Risulta quindi fondamentale valutare l’efficacia dei programmi preventivi prima di metterli in atto. In tempi di razionalizzazione delle risorse, è importante investire in interventi di sicura efficacia e senza potenziali rischi.

La prevenzione secondaria
Esiste poi un altro tipo di prevenzione, detta “secondaria”, che cerca di identificare i casi il più presto possibile rispetto alla insorgenza del disturbo, poiché è stato appurato, a livello clinico, che un trattamento intrapreso nelle prime fasi della malattia è più efficace.Non sempre tuttavia, soprattutto nelle prime fasi di malattia, la persona con un disturbo dell’alimentazione capisce ed ammette di avere bisogno di aiuto. Anche a questo livello è quindi importante una sensibilizzazione dell’ambiente: a partire dai giovani stessi, alle famiglie, agli operatori scolastici e ai medici di medicina generale.

Per prevenire a livello secondario è necessario:

▪ Aumentare consapevolezza e capacità di riconoscimento dei disturbi dell’alimentazione nei medici di medicina generale e nei medici specialisti che possono imbattersi in queste patologie (per esempio, pediatri e ginecologi)

▪ Aumentare le capacità di riconoscimento precoce dei disturbi dell’alimentazione nella scuola e nella famiglia

▪ Migliorare la comunicazione tra le diverse istituzioni (famiglia-scuola-sanità)

▪ Creare le condizioni per facilitare la domanda di aiuto nei centri specialistici per queste patologie